La Baronessa di Carini tra leggenda e verità

castello di carini - giuseppe di bella
castello di carini - giuseppe di bella

La tragica fine di Laura Lanza di Trabia, meglio nota come la Baronessa di Carini, ha affascinato nei secoli milioni di persone.

Su questa vicenda hanno scritto (qualche volta a vanvera) molti storici e studiosi, spesso, senza criteri scientifici.

La leggenda popolare, pertanto, ha imposto la sua “verità” che è stata tramandata e amplificata così per come è stata riportata.

Purtroppo però, in questo caso, la verità è un’altra!

Cominciamo a dire che la storia “sbagliata” fu raccontata dall’antropologo Giuseppe Salamone Marino che nel 1870 pubblicò il poemetto “L’amaro caso della signora di Carini” raccogliendo le tante storie e leggende orali sull’argomento.

In tale poemetto si raccontava che la Baronessa di Carini, appunto Laura Lanza di Trabia, era stata sorpresa dal padre don Cesare Lanza Barone di Trabia e Pretore di Palermo e dal marito Vincenzo La Grua Talamanca barone di Carini, in compagnia del suo amante, Ludovico Vernagallo e vennero uccisi entrambi per salvare la “rispettabilità della famiglia.”

Questa è la leggenda tramandata su questa storia sanguinaria … ma cosa accadde realmente il 4 dicembre 1563 alla Baronessa di Carini?

Secondo lo studioso Alberto Varvaro la “Baronessa”, al momento del fattaccio, aveva 34 anni e da ben 16 anni “intratteneva” una relazione stabile e “ufficiale” (cioè avallata sia dal coniuge che dal padre) con il cugino del marito, Ludovico Vernagallo, da cui aveva avuto ben 8 figli.

Tale relazione era “accettata pacificamente da tutti gli interessati” perché il marito, Vincenzo La Grua, era sterile e infatti, subito dopo la morte della Baronessa, disconobbe gli 8 figli prima legittimati.

Ma perché, quindi, se il tradimento era avallato dal marito e dal padre, la Baronessa di Carini venne uccisa assieme al suo amante?

Secondo lo storico Calogero Pinnavaia non fu un delitto d’onore ma si trattò di un assassinio per ragioni economiche. Infatti don Cesare Lanza, dovendo del denaro al Vernagallo (l’amante) e non sapendo come estinguere il debito, cercò un modo come eliminare il suo creditore. La figlia, quindi, fu la chiave perché tramite l’eliminazione dell’adultera si poteva occultare la vera ragione del delitto.

Quindi, non fu un tradimento voluto e non c’era nulla di così scabroso da parte della donna che è diventata nei secoli, a torto, esempio di immoralità!

Ricapitolando …. il marito della baronessa, don Vincenzo La Grua, aveva l’interesse ad eliminare il rivale perché, secondo la legge di quel tempo, avrebbe avuto diritto a metà del patrimonio dell’amante. Il padre, don Cesare Lanza, uccidendo la figlia per motivi d’onore, non avrebbe pagato il debito a Vernagallo e, inoltre, avrebbe avuto indietro la dote data alla figlia al momento delle nozze. Un piano perfetto dove guadagnavano entrambi, sia il marito che il padre!

La potenza delle famiglie coinvolte portò ad un incredibile insabbiamento e mise subito a tacere tutti, sia i diaristi del tempo che i giudici che indagarono, si fa per dire, sulla vicenda.

Successivamente, alla fine del polverone, il “vedovo sconsolato” (Vincenzo La Grua) si rifece una vita e convolò a nuove nozze il 4 maggio 1565 con Ninfa Ruiz. In questa nuova esperienza, la prima azione che fece fu quella di rinnovare alcune stanze del castello e cancellò del tutto le tracce che potevano ricordargli la prima moglie e proprio sulla porta della stanza della “Baronessa di Carini” fece incidere la seguente frase «Et nova sint omnia»…. “E tutto sia nuovo”

L’unica cosa che non riuscì a cancellare fu l’impronta insanguinata che la baronessa, appoggiandosi al muro, lasciò con la mano mentre veniva uccisa: la leggenda narra, infatti, che ogni anno, il 4 dicembre, questa impronta diventa nuovamente visibile a tutti simbolo di una ingiustizia che non potrà essere mai sanata!

Fonte: http://palermo.mobilita.org/segnalazioni/la-vera-storia-della-baronessa-di-carini/